Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi by Serge Latouche

By Serge Latouche

Latouche riprende qui tutti i principali temi e le argomentazioni della sua riflessione sulla necessità di abbandonare l. a. through della crescita illimitata in un pianeta dalle risorse limitate. Non si tratta, a suo giudizio, di contrapporre uno sviluppo buono a uno cattivo, ma di uscire dallo sviluppo stesso, dalla sua logica e dalla sua ideologia. according to questo è anzitutto necessario "decolonizzare l'immaginario", un compito di portata storica in cui si rivela essenziale il dialogo con i maestri della tradizione "libertaria", da Ivan lllich advert André Gorz e Cornelius Castoriadis. los angeles stessa crisi attuale può essere vista, secondo Latouche, come una "buona notizia", se servirà advert aprire gli occhi sulla insostenibilità del "progresso" che l'Occidente ha realizzato fin qui. consistent with Latouche, infatti, los angeles through della decrescita serena passa in primo luogo in step with una presa di coscienza del fatto che lo sviluppo è un'invenzione dell'uomo, e che il rapporto tra uomo e natura può essere rimodellato in una dimensione "conviviale", nel rispetto della legge dell'entropia e all'insegna di quella che egli chiama "opulenza frugale": meno consumi materiali e più ricchezza interiore, meno "ben essere" e più "ben vivere"

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Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita

Latouche riprende qui tutti i principali temi e le argomentazioni della sua riflessione sulla necessità di abbandonare l. a. through della crescita illimitata in un pianeta dalle risorse limitate. Non si tratta, a suo giudizio, di contrapporre uno sviluppo buono a uno cattivo, ma di uscire dallo sviluppo stesso, dalla sua logica e dalla sua ideologia.

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La stessa crisi attuale può essere vista, secondo Latouche, come una «buona notizia», se servirà ad aprire gli occhi sulla insostenibilità del «progresso» che l’Occidente ha realizzato fin qui. Per Latouche, infatti, la via della decrescita serena passa in primo luogo per una presa di coscienza del fatto che lo sviluppo è un’invenzione dell’uomo, e che il rapporto tra uomo e natura può essere rimodellato in una dimensione «conviviale», nel rispetto della legge dell’entropia e all’insegna di quella che egli chiama «opulenza frugale»:meno consumi materiali e più ricchezza interiore, meno «ben essere» e più «ben vivere».

La maggior parte delle organizzazioni rivoluzionarie latino-americane sono rimaste insensibili o estranee alla questione etnica, come le Farc in Colombia o i sandinisti in Nicaragua, che addirittura sono caduti nella spirale di un conflitto devastante con la popolazione miskito. E questa indifferenza, se non ostilità, è comprensibile. Come inscrivere la visione dei popoli autoctoni nel progetto modernista di un socialismo di derivazione illuminista, che rimane imperniato sul dominio della natura e il produttivismo?

Tutto questo in un certo senso non è sbagliato, e sarei addirittura tentato di dire che «decrescita» è certamente un termine pessimo per indicare un progetto di democrazia ecologica e di società di abbondanza frugale, ma pessimo tra altri ancora peggiori. In realtà, dietro le sottigliezze sulla parola si nasconde spesso la resistenza (in senso psicoanalitico) al progetto della decrescita. Negli ambienti ecologici o della sinistra radicale, all’origine di questa allergia ci sono l’incomprensione e il rifiuto viscerale di «uscire dall’economia».

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